Prologo

Perché riprendere altrimenti: religione, società e narrazioni tra critica e fascino radicali?

Oggi inizia un viaggio nella blogosfera, un cammino di condivisione di parole, conoscenze, pensieri che, come ricordano i grandi maestri della filosofia ermeneutica, una volta affidati a un supporto scritto, una volta divenuti traccia, non appartengono più a chi li ha generati, condivisi o riecheggiati, ma sono di tutti.

È una responsabilità grande, in tempi di parole avvilite, commercializzate, distorte, banalizzate, impoverite, gridate… Ma una responsabilità che faccio mia con convinzione, ancorché con timore e tremore.

Le parole chiave di questi modesti ma convinti tentativi di riflettere e proporre riflessioni sono riprendere e altrimenti, in tutte le loro possibili accezioni.

Partiamo dai significati più ovvi: riprendere significa, nel senso più immediato, ricominciare. I ritmi cosmici sono, come si è saputo fin dall’antichità, ciclici, all’insegna di un continuo finire e un continuo ricominciare. La rivoluzione della terra attorno al sole genera i cicli delle stagioni. La rivoluzione della luna attorno al nostro pianeta dà luogo ai cicli mensili. La rotazione della terra attorno al proprio asse, infine, dà luogo al ciclo di mattina, pomeriggio, sera e notte. Il ricominciare è dunque iscritto nel nostro corpo tramite l’universo in cui viviamo. I calendari umani, che cercano di mettere d’accordo i ritmi discordanti degli astri, in particolare del sole e della luna, sono un grandioso tentativo di ritmare le nostre vite.

Ogni mattina ricominciamo, ogni mese ricominciamo, ogni anno ricominciamo. Nietzsche intravide (o vide per primo con lucidità) nel continuo ritornare delle cose la verità più grande a cui adeguarsi, per vivere nel presente, senza troppe illusioni o distrazioni di sorta. Lo fece a seguito di una delle sue tre più grandi delusioni (le altre due furono la terribile morte del padre-pastore e l’incontro/non incontro con Richard Wagner): il definitivo rifiuto oppostogli da Lou Salomé, a cui aveva chiesto di sposarlo. Il vero problema non è tanto se il mondo attorno a noi cambi o rimanga sempre lo stesso: siamo noi a dover trovare un senso nel ciclico e nel quotidiano, nell’eterno ricominciare ad affrontare cose e gesti semplici, come il saluto che diamo a chi ci vive accanto ogni mattina al risveglio, e prima dell’agrodolce silenzio di ogni notte. Ricominciare è un’arte, un dovere ineluttabile, altrimenti si cade nell’oblio del mondo e di se stessi. O si diventa come quelle persone molto ipocritamente religiose, che giacché non sanno vivere nel presente pensano di abitare l’eternità.

Ricominciare è, per certi versi, un “ri-prendere”, un tornare ad afferrare, a far nostri il tempo e la vita. Ma è impossibile far presa su cose, idee, pensieri, se non si è capaci di ardere per tutto e per tutti, e di lasciarsi sorprendere, almeno un poco, da tutto e da tutti.

Partiamo dall’ardere. Tra i più grandi equivoci nella storia e nella teoria della spiritualità del Novecento, vi è stata l’idea che esistano due tipi di amore o desiderio, l’uno buono e l’altro cattivo. Rischiando di liquidare quasi duemila anni di spiritualità cristiana (e in un certo senso ogni ricerca spirituale dell’uomo, dalle origini ai nostri giorni) Anders Nygren, teologo luterano svedese, scrisse negli anni Trenta del xx secolo un celebre libro, che ebbe un impatto enorme, dal titolo Eros e agape, in cui appunto spiegava che l’eros, il nostro desiderio di raggiungere Dio e le cose, è sostanzialmente negativo, egocentrico, basato sul bisogno, mentre il vero amore, l’agape, mostratoci e narratoci da Dio, sarebbe all’insegna del sacrificio e della centralità dell’altro.

Se la teoria di Nygren, ripresa da diversi pensatori cristiani dopo di lui, da un lato è indubbiamente affascinante e anche liberante (non dobbiamo meritare l’amore, ma essere semplicemente trasformati dal riceverlo), non di meno perde completamente di vista un dato antropologico fondamentale, che pure è stato compreso da moltissimi religiosi e mistici nel corso della storia: le passioni che ci abitano, sebbene non siano automaticamente foriere di bene, sono ciò che ci fa vivere. Se non si arde non si può far presa su nulla. Senza l’amore fisico, che è passionale ed è per certi versi “divorante”, l’amore spirituale è monco. E senza desiderio bruciante di conoscere, discutere animatamente, comunicare e dibattere, difficilmente il sapere potrebbe mai avanzare. Come commenta giustamente l’Ipazia di Mario Luzi, “È nel fuoco che bisogna ardere / niente si addice alla parola più che la temperatura del fuoco”.

L’antidoto più vero contro il potenziale totalitarismo o la tendenziale bulimia dell’eros non è perciò soffocarlo, ma essere aperti alla sorpresa, disposti a lasciarsi sor-prendere, ovverosia prendere, afferrare, cogliere impreparati dalla realtà, interna o esterna che sia. Platone, nel Teeteto (e in molti altri luoghi, e con lui Aristotele), dice che il thauma, la meraviglia, la capacità di lasciarsi sorprendere, è la radice della sapienza; l’espressione della bibbia ebraica più citata nel primo millennio cristiano è il versetto dei Salmi (ma presente anche in altri libri del Primo Testamento) “il timore del Signore è l’inizio della sapienza”, e nel suo significato più verosimile muove nella medesima direzione. È dall’interazione, talvolta dallo scontro tra desideri, che sgorga la scintilla della vita e della saggezza umana. I due soli errori da evitare sono la hybris, l’arroganza del desiderare, che soffoca l’altro e dunque ci lascia soli, senza più nulla da poter desiderare, e l’apatia, il completo placarsi delle nostre spinte desideranti, dei nostri affetti, che ci rende immobili, senza futuro né speranza, morti che camminano.

Ma per prendere bisogna anche, continuamente, mollare la presa su ciò che si possiede, sul passato, lasciar andare. I rimorsi, come suggerisce la parola, ci uccidono il corpo da dentro, come bestie rapaci.

Impariamo dalle lucertole. Un insetto si posa nei pressi. La lucertola dev’essere lucida, cosciente di quanto le sta attorno. Sa abitare il proprio ambiente, essere presente. Non c’è solo l’istinto, ma il reiterato esercizio a una sorta di discernimento. Valutare, soppesare, comprendere, giudicare. Se l’esito di tutte queste operazioni è positivo, è possibile l’attesa proficua, il tendere verso l’oggetto del desiderio con fondata speranza di successo. L’attesa è il sale di un vivere in profondità. Parafrasando Nicolas Malebranche, potremmo dire che l’attesa è la preghiera naturale dell’anima: perché il mondo, l’altro, ci parlino, si manifestino, offrano risposte, o ancor meglio domande, intavolino dialoghi con i nostri aneliti. Bisogna sapere cosa è importante, tendervi nell’animo e… pazientare. 

La giusta miscela di tensione e pazienza rende l’attesa la soglia fondamentale di accesso alla sapienza, che è capacità di gustare, intelligenza pratica che dà forza alle nostre vite, capacità di apprendere, di fare presa sulle cose. Non si può ri-prendere se non si è capaci di afferrare le cose, di far presa sul presente. E senza capacità di attendere, di pazientare, si finirà inesorabilmente per fallire l’obiettivo, al punto di decidere di lasciar perdere, di rinunciare.

Un giorno una giovane tossicodipendente chiese a Thomas Merton di dargli un motivo serio per rinunciare a drogarsi, visti gli orrori della vita umana. Merton rispose dal suo eremo del Kentucky che il suo modo di fuggire alle negatività e le nefandezze del mondo era la contemplazione, come accesso a una dimensione altra. Nelle grandi tradizioni religiose è sempre stato presente un filone contemplativo, che le rende seducenti e affascinanti perfino a chi è razionalmente e invincibilmente ateo. La contemplazione come improvvisa presa di coscienza delle dimensioni più profonde di tutto ciò che ci circonda è in un certo senso una pratica allucinogena: ci porta al di là dell’ovvio, del tangibile, in una dimensione mentale che pare ancora più reale della percezione sensoriale.

Anche gli stupefacenti, o la rincorsa di esperienze capaci di generare forti scariche di adrenalina, possono alienarci dal presente, con tutti i suoi vuoti o i suoi abissi di negatività e orrore. Ma sono in fin dei conti un divertissement, una “deviazione” che difficilmente ci fa crescere. Sono più analgesici che non farmaci in grado di guarire le cause più profonde e radicate del nostro mal-essere. Paul Ricœur ci ha insegnato che le deviazioni proficue sono quelle che ci restituiscono a noi stessi non con più risposte o minor dolore, bensì con più domande da rivolgere al caleidoscopio di scontatezze che compongono la nostra percezione del reale, domande dunque capaci di trasformare almeno in parte i nostri pre-giudizi in post-giudizi. La contemplazione, che i greci chiamavano theoria, “visione”, è perciò il divertissementpiù foriero di profondità, di penetrazione sapiente della realtà. Trascinati fuori da noi stessi per vedere le cose in una luce nuova, con sonorità, gusti, odori e contorni differenti.

Ma per poter afferrare o ri-afferrare, bisogna altresì essere capaci di mollare la presa, di allentare i vincoli di pseudo-sicurezza con le nostre comprensioni precedenti, le nostre pre-comprensioni, i nostri pre-giudizi. Se l’attenzione, la presenza mentale, la contemplazione sono arti impegnative, la capacità di liberarsi da pregiudizi e convinzioni inveterate è una forma di sapienza che costa dolore e richiede una pratica costante, specie quando si incomincia a invecchiare e il cinismo dell’“ho già visto tutto” erode dal profondo la nostra capacità di continuare a crescere, o più semplicemente di resistere al declino non solo del corpo, ma di tutto il resto che ci rende umani.

In modi diversi e profondi, Marcel Mauss, George Bataille e Jean Baudrillard ci hanno insegnato come la rinuncia, il sacrificio, il dono siano, al di là di calcoli e utilitarismi più o meno latenti, una dimensione per molti versi inalienabile dell’umano. Di fronte alla nostra limitatezza, all’ineluttabilità della morte, questi momenti di resa radicale alla realtà e all’altro sono ciò che ci rende definitivamente, anche solo se vissuti per un istante, umani. In una delle più belle scene mai realizzate nella storia del cinema, che ha meritato giustamente centinaia di commenti e meriterebbe infinite meditazioni, il monologo finale di Blade Runner, il replicante Roy Batty, di fronte alla propria morte imminente e inevitabile (la sua vita è programmata per durare quattro anni) decide di salvare il detective Rick Deckard pur sapendo che questi vuole ucciderlo, e mentre si sta spegnendo dice lentamente:

   Ho visto cose… che voi umani… fareste fatica a credere…

   Navi da battaglia in fiamme… al largo di Orione…

   Ho osservato i raggi C… brillare nel buio…

        presso la porta di Tannhäuser…

   Tutti quei momenti… andranno perduti nel tempo…

   Come lacrime nella pioggia…

   Tempo di morire.

Ma indossato l’habitus del riprendere, dunque del prendere, mollare e riafferrare, a differenza di quanto pensava Nietzsche non si ritorna alla casella di partenza, non si rimane cementati o ancorati al presente. E qui interviene la seconda parola-chiave di queste mie riflessioni: l’altrimenti. Il nostro pensiero muove, cambia, ritrova il medesimo sotto angolature differenti e scopre talvolta, quasi per miracolo, anche l’altro, il nuovo, sia soggettivo che oggettivo.

Altri-menti significa che quanto viene preso e ripreso penetra in noi e ci trasforma, a partire dal nostro nucleo vitale, in qualsiasi modo lo si voglia chiamare: mente, spirito, animo, anima… È forse la caratteristica più grandiosa del genere umano: la nostra capacità di interiorizzare non solo ricordi ed emozioni, ma di trasformare tutto in parole e in discorsi che ci abitano e ci lavorano.

Socrate fu forse il primo, come ricorda Hannah Arendt, a notare il miracolo del “due-in-uno” della coscienza, la possibilità di attivare già in noi stessi la fecondità dell’incontro tra parole. Lo stesso termine coscienza, che viene dalla locuzione greca synoida emautō, “conoscere con, essere consci con se stessi”, è ciò che ci rende veramente umani. L’altrimenti è dunque possibile quando non soffochiamo l’alterche è in noi, la voce del nostro dialogo interiore.

Come noto, la Arendt individuò nello spegnarsi della coscienza la radice ultima del totalitarismo e del male, in tutta la sua forza e “banalità”. E fin dal tempo degli scettici, il dubbio è stato visto dai filosofi come uno strumento fondamentale per mettersi in cerca della verità. Il dubbio è la presenza in noi di una voce altra che obietta, nega, dei mille “ma…”, “e se fosse…” che da un lato minano certezze vitali, ma dall’altro ci restituiscono un quadro più ampio, con nuove connessioni, colori, luci (e ombre).

Ho sempre trovato molto affascinanti gli studi dei neuroscienziati. Anni fa lessi L’errore di Cartesio di Antonio Damasio, il quale aveva scoperto tramite le proprie sperimentazioni che quando riflettiamo in profondità – detto altrimenti, quando attiviamo consciamente il dialogo interiore con noi stessi – le parti del cervello che si mettono in funzione sono le medesime che operano nei processi di omeostasi, ovverosia di regolazione degli equilibri vitali del nostro organismo, dei flussi di materia ed energia che ci mantengono vivi e sani. Attivare in noi l’altrimenti della coscienza, del dialogo interiore, è in certo qual modo fondamentale per mantenerci sani: meraviglie della natura! Senza dialogo interiore, se non ci mettiamo in discussione, non potremmo neppure attivare i meccanismi fondamentali dell’evoluzione, ovverosia selezionare le forme di adattamento che ci consentano di far presa sull’ambiente circostante e di vivere e crescere al suo interno, spesso suo malgrado.

Certo, non si può fare a meno di affrontare uno dei problemi di fondo collegati al dubbio: la sindrome del “bastian contrario”, che può portarci costantemente a cercare originalità per incapacità di accettare l’evidenza. È un rischio da correre, tuttavia, e che non necessariamente porta a diventare fautori delle teorie della cospirazione. E l’antidoto non è poi così difficile da reperire: basta comprendere, per l’appunto, che queste ultime sono affette dal medesimo morbo che pure criticano: la ricerca di grandi sistemi totalizzanti che regolano l’universo, o quanto meno il mondo degli umani.

Ammettiamolo: la nostra mente ha bisogno sia di dubitare che di costruire “sistemi”. Ma i sistemi non sono la realtà (ammesso che la realtà esista o possa essere definita senza ambiguità…) e il vero progresso ha luogo quando un sistema viene falsificato e sostituito da un altro sistema, un’altra mappa con cui navigare, per un poco, l’universo. In filosofia si è a lungo distinto tra varie teorie della “verità”: corrispondenza, coerenza, pragmatismo, e via dicendo. Alcuni pensatori hanno cercato una loro sintesi pressoché globale (si pensi a Hegel). Rimane il fatto che, grazie al cielo, la mente e le sue costruzioni sono costantemente provocate da tutto ciò che è altro, all’interno e all’esterno della mente stessa.

Ho insegnato a bambini affetti da autismo. È un’esperienza meravigliosa. Neppure nelle sue forme più gravi, tuttavia, l’autismo isola totalmente dal mondo esterno, ma rivela piuttosto la passione della mente umana per la sistematizzazione, il controllo e la comprensione delle cose.

Come far sì, dunque, che il dubbio, la visione alternativa, siano forieri di crescita, di movimento, sia per noi che per gli altri? Nella mia esperienza di lavoro ho sempre privilegiato le persone capaci di visioni “altre”, non scontate, non necessariamente allineate. Le letture diffuse (quelle che la rete, come farò notare con una certa insistenza nelle mie riflessioni, tende a privilegiare e generare) sono spesso le meno interessanti e feconde. I cliché non sono falsità, ma piccole verità che inaridiscono o smarriscono ogni capacità di stimolare, non tanto perché non veicolano qualcosa di reale, ma perché non contemplano le loro eccezioni e si arrogano il diritto di definire norme eterne e universali; e non sanno cogliere e ancor meno prevedere i cambiamenti dell’ambiente circostante, tratto essenziale della vera intelligenza, di un’interpretazione sapiente del mondo in cui viviamo.

Mi sento non di meno di offrire tre criteri guida per un sano “altrimenti”, che in fondo convergono in un unico criterio. Ripartendo dall’esempio dei colleghi “originali” negli ambienti di lavoro, credo si possa dire che i bastian contrari che veramente portano avanti il mondo sono quelli che (i) (ri-)conoscono i cliché (potremmo chiamarla provvisoriamente “competenza” o “conoscenza”), (ii) sono capaci di comunicare le ragioni del loro essere su posizioni altre, e (iii) tengono presente l’ambiente umano in cui vivono, rispettando tutti e ciascuno. Detto altrimenti, ancora una volta si tratta di essere capaci di mantenere l’altro sempre vivo e presente anche nell’orizzonte del nostro ego. Allora, da bastian contrari, si può diventare portatori fecondi di alterità.

L’altro concetto che ritengo molto utile al fine di cogliere le cose altrimenti, è quella che nel greco biblico viene chiamata makrothymia. Solitamente tradotta in latino con magnanimitas, “grandezza d’animo”, è in realtà l’atteggiamento di chi, di fronte a una contraddizione, a un contrasto, combatte contro la tentazione di accanirsi e allarga lo sguardo per cercare di cogliere il frammento nel tutto, o quanto meno di non investire tutte le energie, in ogni istante, in una sola direzione o punto.

Nella mia esperienza di insegnante ho usato spesso l’immagine del piccolo francobollo nell’angolo di una lettera. Per risolvere problemi, sia di matematica che inerenti le nostre relazioni umane, anche se l’esplorazione minuziosa non va abbandonata definitivamente, spesso è utile zumare, ovverosia prendere le distanze dal francobollo, per cogliere l’intera busta, con tutti i dati che contiene, e se necessario spingersi oltre, fino a cogliere il tavolo, la stanza, l’edificio, e via dicendo. Altrimenti il francobollo diventa il tutto e noi diventiamo prigionieri del frammento.

Ampliare lo sguardo, cercare nuove connessioni e relazioni, è un atto analogo all’andare in cerca di nuove esperienze per fare ritorno ai nostri oggetti con domande e prospettive differenti. È l’atto vitale che consente alla nostra mente di poter evolvere e cambiare. Perché altrimenti significa anche altra-mente, trasformazione della nostra percezione. Quella che i greci chiamavano metanoia, e che in termini morali e religiosi verrà chiamata conversione. Solo una mente duttile, capace di mutare, può costruire mappe utili alla vita: per prevederla, affrontarla e superarne indenni sia le sconfitte che le instabili vittorie. Perché come ha insegnato Kant, non conosceremo mai davvero la realtà, ma potremo sempre costruirne mappe intelligibili e comunicabili attraverso il linguaggio umano.

Come recita il sottotitolo di questo mio blog, il riprendere e l’altrimenti verranno applicati in queste pagine soprattutto a religioni e società e alle loro narrazioni più o meno condivise, cercando sempre di coglierne con stupore tutto il fascino anche scomodo, ma al tempo stesso non lesinando in nessun modo un profondo sforzo critico.

Cari lettori, vi ringrazio dunque anticipatamente per la vostra pazienza e la vostra passione. Farò del mio meglio perché veniate ripagati almeno in parte per tutto quello che i vostri desideri meritano. Buon cammino!

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